
Cosa ci rivela il DNA dei primi abitanti delle Alpi?
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In ambiente archeologico viene definita come una vera e propria rivoluzione. Lo studio del DNA dei nostri antichi progenitori continua a fornire informazioni utilissime, prima inaccessibili e impensabili, sul nostro antico passato e sugli spostamenti delle popolazioni umane che hanno solcato questo pianeta.
La genetica può svelare affinità e differenze tra i defunti nelle necropoli per comprendere le strutture familiari, può determinare con certezza il sesso portando a volte a sorprese inaspettate. Può persino aiutare a risolvere lunghe controversie tra archeologi sulla formazione delle culture del passato: migrazioni o passaggio di conoscenze? Fondamentale, ad esempio, è stato l’apporto della paleogenetica per comprendere meglio l’arrivo dell’agricoltura e dell’allevamento in Europa gettando nuova luce sullo spostamento di persone all’inizio del Neolitico. Stessa situazione per il famoso problema dell’origine dei popoli indoeuropei: i genetisti hanno recentemente posto fine a un dibattito che durava da più di tre secoli identificando le loro radici nelle steppe tra il Mar Nero e il Mar Caspio. Tra 6000 e 4000 anni fa si spostarono tramite diverse ondate migratorie portando con sé una cultura e una lingua prima sconosciute. Questa recente scoperta ha dato ragione all’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994), le cui teorie non avevano trovato molto successo nel mondo scientifico, anche a causa del retaggio maschilista che caratterizza, e purtroppo a volte caratterizza ancora, in maniera rilevante il mondo accademico.
Recentemente è stato portato a termine un importante progetto che riguarda il Trentino - Alto Adige. Si tratta di uno studio condotto dai laboratori di Eurac Research (BZ) in collaborazione con diversi enti territoriali fra cui anche la Fondazione Museo Civico di Rovereto. Sono stati analizzati i resti ossei di 47 individui vissuti tra il VII e il II millennio a.C. conservati nei depositi o nelle vetrine degli enti coinvolti. Tra questi è stato analizzato di nuovo il DNA di Ötzi, vissuto alla fine del IV millennio a.C., che mostra un’ascendenza abbastanza elevata dalle popolazioni anatoliche portatrici della rivoluzione neolitica e un residuo di bagaglio genetico dei cacciatori-raccoglitori mesolitici europei. Un altro dato interessante che deriva dallo studio di altri resti umani riguarda proprio il genoma mesolitico locale, che denota una mescolanza genetica tra gruppi orientali e occidentali.
Per quando concerne il DNA delle steppe, quello legato al già menzionato bagaglio indoeuropeo, la ricerca ha evidenziato che dal 2400 a.C. in poi compaiono anche in regione individui che presentano una mescolanza tra il genoma neolitico, radicato ormai in Europa da circa 3000 anni, e una certa percentuale di quello orientale.
Lo studio ha fornito interessanti informazioni anche su ossa umane messe a disposizione dalla Fondazione Museo Civico di Rovereto, provenienti dai siti preistorici funerari del Bersaglio di Mori, del Riparo del Santuario di Lasino e dalle Grotte di Castel Corno di Isera. Per quanto riguarda uno scheletro proveniente dalle grotte appena menzionate, ad esempio, quello di un individuo di circa 12 anni sepolto verso la fine del III millennio a.C., di cui era stato impossibile individuare il sesso, è stato appurato che si trattava di un maschio con occhi e capelli scuri il cui patrimonio genetico apparteneva, come per Ötzi, per la maggior parte a quello degli agricoltori neolitici e solo in piccola parte a quello dei suoi antenati vissuti in territorio trentino nel Mesolitico. Per uno degli individui che ha frequentato il Riparo del Santuario in epoca solo leggermente posteriore, invece, è emersa una rilevante percentuale del suddetto genoma proveniente dalle steppe orientali.
a cura di Maurizio Battisti, Sezione Archeologia della Fondazione Museo Civico di Rovereto



